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La voce dell’esperienza: tre storici amministratori della città, Marcone, Scaringella e De Lillo sulla situazione politica attuale

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Da sx A. Marcone, G. Scaringella, G. De Lillo

Vorremmo inquadrare la situazione a Corato da un punto di vista politico e non strettamente amministrativo per comprendere anche la tenuta della maggioranza e le possibilità che ha questa consigliatura di giungere al termine naturale. A tal fine, abbiamo intervistato tre figure di spicco che hanno fatto la storia della politica locale, i professori Antonio Marcone, Giuseppe Scaringella e il dottor Giacomo De Lillo, amministratori di lungo corso e punti di riferimento rispettivamente del Partito Socialista, della Democrazia Cristiana e del Partito Socialdemocratico.

Lei è stato tra i primi sostenitori di Corrado. Attualmente quale è il suo giudizio sull’amministrazione? È pentito?

A. Marcone
Più che pentito, direi rammaricato, poiché non prevedevo che le cose andassero così nel momento in cui ho sostenuto Corrado. Il mio giudizio sull’amministrazione, a questo punto, non può che essere negativo.

G. Scaringella 
Sul piano amministrativo sono a conoscenza di diversi progetti, non ultimo l’intervento immediato su trenta strade comunali per la manutenzione e c’è ancora un altro lotto finanziato dal Pnnr. Questo è un buon segno, perché una città ha come primo biglietto da visita il settore urbanistico come le strade, l’illuminazione, la pulizia..la cittadinanza ci tiene molto a questi argomenti, che sono funzionali alla vita in sicurezza del cittadino. Oggi c’è il problema dell’ordine del traffico, difficoltà nella circolazione del traffico. Ci sono settori che stanno andando, altri meno. Ad esempio il cimitero è in uno stato di totale abbandono. Per risanarlo, il Comune potrebbe pensare a una convenzione con i proprietari delle varie cappelle, spartendo le spese a metà. Noto piuttosto una non chiara comunicazione circa l’operato portato a termine.

G. De Lillo 
Tenuto conto delle attenuanti, quali l’eredità fallimentari delle gestioni    commissariali; la Pianta organica falcidiata e gli effetti devastanti del Covid sulle commesse comunali, il giudizio sull’attività dell’Amministrazione è moderatamente negativo. La potatura dei pini in Via Bracco, “sciuquà”, il rattoppo di qualche buca e le poche altre opere ereditate ed avviate a compimento, non possono qualificare, da sole, il lungo periodo di 18 mesi di attività. Peraltro non è dato di registrare ancora quel cambiamento antropologico e culturale collettivo che era lecito attendersi da una maggioranza progressista. Ciononostante, voterei ancora per Corrado De Benedittis, perché gli riconosco le qualità di fondo della rettitudine, della generosità umana e dello spessore culturale che non è facile riscontrare in tutti gli amministratori comunali.

Come valuta il fatto che a seguito di varie vicende, ben quattro consiglieri in poco più di dodici mesi abbiano abbandonato i loro partiti di provenienza per costituire il gruppo misto che ora sembra muoversi come movimento autonomo?

A. M.
Non mi meraviglio, perché questa è la realtà. Realtà che vede a livello nazionale il cambio di casacca di un terzo degli eletti. Come avviene a livello nazionale, così avviene anche a livello locale. Il tutto è frutto di un sistema elettorale, di una situazione che ha visto la fine dei partiti politici, per cui tutto diventa un fatto personale. Non dimentichiamo che a Corato, la situazione parte dal fatto che il Pd, a seguito di alcune “alchimie” elettorali, aveva visto al suo interno la figura di Salvatore Mascoli che si presentò da indipendente, ribadendo la sua non appartenenza ai democratici. Per comodità è stato “arruolato” in quel partito, ma è stato solo un portatore di voti per il Pd. Ma è anche il caso di altre persone che sono state messe in lista per riempire le stesse pur non appartenendo alle stesse. In seguito, le evoluzioni della politica hanno portato alla situazione attuale.

G. S.
Quando succedono queste cose, significa che ci sono “mal di pancia” all’interno delle formazioni politiche. I fuoriusciti dai partiti, non hanno detto che escono dalla maggioranza, per cui sono vicende interne ai partiti, su cui è difficile intervenire con un giudizio etico.

G. D.
Sono rispettoso del principio della libertà di mandato, ma quando ci sono formazioni politiche o liste senza ascendenti e prive di un patrimonio di valori consolidato o quando l’adesione ad una lista è di natura esclusivamente elettorale, non si può contare sull’affidabilità di candidati ed eletti. Peraltro una maggioranza ermeticamente chiusa ad ogni forma di partecipazione e di collaborazione esterna, con una Giunta di emanazione demiurgica del Sindaco, sono tutte condizioni che alimentano l’instabilità e l’irrequietezza.

Quale giudizio dà della querelle che vede l’assessore Bucci contrapposta al suo partito di appartenenza? (che l’ha apertamente sfiduciata). Ritiene politicamente corretto il comportamento del sindaco che non ha rimosso l’assessore pur a fronte di un chiaro malessere del Pd? Si è mai verificata a memoria sua una simile situazione?

A. M.
Questa è la logica conseguenza dei tempi e delle impostazioni. In passato, quando c’era un partito dotato di propria ideologia e di un suo “ubi consistam”, sussisteva anche il legame ideologico tra l’eletto e il proprio partito. Attualmente, per le ragioni su citate, tutto è diventato personalistico, per cui non mi meraviglia il fatto che l’eletto prenda le distanze dal partito di appartenenza, non si riconosca, vada addirittura contro le indicazioni del partito. Il sindaco a questo punto, non ha più un interlocutore in un partito dove si riconosce l’eletto. Tutto è nel vago, nel personale.

G. S.
Nel 1985, stanco di constatare con i miei occhi il permanere di una situazione non corretta politicamente (troppo intreccio tra affari e politica) uscì fuori dal partito e mi dimisi dal ruolo di assessore (ero assessore ai lavori pubblici). Tuttavia all’epoca, non era il sindaco a determinare la scelta assessorile, erano i partiti che designavano gli assessori. Avrei anche potuto non dimettermi poiché non c’era  vincolo di mandato, ma ritenni doveroso compiere questo passo, esplicando in consiglio comunale le motivazioni precise del mio gesto, ovvero la non condivisione dell’intreccio politica-affari. Allo stato attuale, non si può dire che il sindaco abbia snobbato il Pd. Corrado ha sempre rivendicato il diritto del sindaco a scegliere la propria giunta. Nel caso specifico, l’assessore Bucci è stata scelta dal sindaco, anche se eletta nella lista Pd e proprio in virtù di questo, l’assessore non è tenuta a dimettersi poiché non è stata espressione del partito. In generale, non significa che non siano stati commessi degli errori. Ad esempio, non ho condiviso il non coinvolgimento del movimento Nuova Umanità nella maggioranza.  La politica ha bisogno del concorso di più forze culturali, di esperienza. L’altro limite che ravviso in questa maggioranza è la mancanza di esperienza. Non ci si può inventare amministratori dalla sera alla mattina. C’è una prevalenza della burocrazia a scapito della politica, proprio in virtù dell’inesperienza.

G. D.
No, non ricordo di clamorose divergenze tra Partito e suoi Assessori o       Consiglieri che non siano state seguite da..separazione. Il Pd rappresenta, forse, l’unica formazione politica referenziata e responsabile che non può tollerare, senza conseguenze, il dissenso pubblico di un suo Assessore su un’iniziativa assunta attraverso processi partecipati statutari e formalizzata pubblicamente. E il sindaco non può ricorrere ad equilibrismi dialettici bizantini, per non assumere le decisioni conseguenti e per conservare il sostegno del Pd.

Il Pd ha in Consiglio il padre e in Giunta il figlio. Ritiene che questo possa essere un fatto che limiti o pregiudichi la libertà di manovra del Pd in un momento in cui è necessario prendere decisioni drastiche per arginare l’evidente disfatta di un partito che ha perso due consiglieri e che è stato ridicolizzato dal sindaco? E’mai accaduto a memoria sua che padre e figlio sedessero in una stessa amministrazione facendo parte dello stesso partito?

A. M.
Vorrei richiamare quanto detto da Rino Formica che ha definito il Pd: “un insieme di tribù”. Per cui, essendo un insieme di tribù, assistiamo a scontri tra diverse fazioni. La coesistenza di padre e figlio non è un fatto contro legge, ma è una questione di opportunità. “La tribù Addario”, andrà a scontrarsi quindi con altre fazioni interne, ecco perché la situazione è in stallo. Bisogna aggiungere che non è solamente il caso della famiglia Addario, ma la stessa famiglia De Benedittis. 

G. S.
Non c’è un’incompatibilità normata, sono ambedue “cives”, ognuno con la propria personalità e identità. E’ un’incompatibilità a livello di opportunità. Felice Addario è stato scelto dal sindaco, non è espressione del Pd. Sarebbe opportuno che il padre lasci, perché ci potrebbe essere una commistione tra consiglio comunale (che è l’organo di controllo) e giunta. Forse non ci sono state le dimissioni del consigliere Addario, poiché il Pd ritiene che essendo un “capitano di lungo corso”, possa meglio rappresentare le istanze politiche dei democratici.

G. D.
Il Pd, a mio sommesso giudizio, ha finora dimostrato senso di responsabilità ed equilibrio. Siamo certi che l’indicazione dei due Assessori sia di emanazione del Pd? Ne dubito, sono portato a credere, invece, che il Pd abbia subito quelle scelte non potendole contestare sul piano personale dei nominati. In ogni caso, ritengo che ci sia incompatibilità della presenza di un Assessore figlio con un Consigliere padre, sia sul piano giuridico, in sede, per esempio, di ratifica di un atto di Giunta, in quanto tra le prerogative del Consiglio c’è quella del controllo sulle attività della Giunta, sia sul piano etico-politico. Ma in questa maggioranza ci sono anche casi di familismo amministrativo e di altre incompatibilità, oltre che violazioni dello Statuto (mancata sostituzione dell’Assessora dimissionaria) e mancato rispetto di un Codice etico che una maggioranza sedicente progressista deve darsi.

Il Pd è un partito nazionale e di grande tradizione: ritiene sostenibile politicamente che il Pd, dopo essere stato cannibalizzato dal sindaco venga espulso dalla maggioranza?

A. M.
Non condivido la definizione del Pd come partito di grande tradizione, poichè i democratici sono nati da una “fusione a freddo” tra i vecchi comunisti ed esponenti della diaspora democristiana, che attualmente sono quelli che nel Pd comandano. Anche la vicenda regionale, che ha visto il passaggio del forzista Lacatena nel Pd, provocando l’uscita di Lopalco, è indicativa dello stato in cui versa il partito. Non ci sono più i partiti di una volta. Mancando il legame ideologico, è palese che ogni eletto si senta rappresentante di se stesso.

G. S.
Il Pd non sarà espulso dalla maggioranza, poiché hanno tutto da perdere. Rimane loro da interrogarsi all’interno del partito riguardo la fuoriuscita degli eletti confluiti del gruppo misto. Non si può essere un gruppo di potere “oscuro”. La politica deve essere quanto più trasparente e “solare”, con intenti assertivi e ben dichiarati.

G. D.
Il Pd è una sorta di pesce fuor d’acqua in una maggioranza punteggiata da populismo, confessionalismo, neofitismo e da fedaynismo della curva nord. Senza il Pd non vi sarebbe più una maggioranza di centrosinistra e il Sindaco verrebbe a trovarsi in una condizione politico-amministrativa non più sostenibile, anche se corroborata dal contributo, che personalmente continuo ad auspicare, di Consiglieri esterni alla maggioranza che hanno contribuito all’elezione del Sindaco.

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