La mobilitazione contro la macellazione degli equidi compie un nuovo e significativo passo avanti. La proposta di legge di iniziativa popolare per vietare la macellazione di cavalli, asini, muli, pony e bardotti ha raggiunto le 50mila firme necessarie in appena quattro mesi, centrando l’obiettivo che consente di portare l’iniziativa all’attenzione del Parlamento.
La proposta che è stata promossa da Animal Equality Italia, insieme a Fondazione Islander, e depositata presso la Corte di Cassazione nel luglio 2026, punta a riconoscere tutti gli equidi come animali d’affezione, sottraendoli alla macellazione e alla filiera alimentare.
L’iniziativa si inserisce in un percorso politico e civile già avviato con le proposte di legge presentate da Movimento 5 Stelle, Noi Moderati, Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra. Si tratta di iniziative distinte, ma accomunate dall’obiettivo di superare la destinazione degli equidi alla produzione alimentare.
La proposta sostenuta da Animal Equality Italia e Fondazione Islander si muove nella stessa direzione delle iniziative parlamentari e fa leva sullo strumento dell’iniziativa legislativa popolare, previsto dall’articolo 71 della Costituzione italiana. La norma consente ai cittadini di presentare un progetto di legge redatto in articoli, accompagnato dalle firme di almeno 50mila elettori.
Il raggiungimento di questa soglia rappresenta quindi un passaggio fondamentale: l’iniziativa può ora essere presentata al Parlamento, chiamato a confrontarsi con una proposta che raccoglie una precisa richiesta di partecipazione e mobilitazione civile.
A rendere il tema particolarmente rilevante per il territorio pugliese sono i dati diffusi da Animal Equality Italia, elaborati sulla base delle informazioni del Sistema Informativo Veterinario del Ministero della Salute.
Secondo questi dati, nel 2025 in Italia sono stati macellati 22.854 equidi. La quota maggiore si registra in Puglia, con il 34,3% del totale nazionale, seguita dall’Emilia-Romagna (20,3%) e dal Veneto (13,7%).
Significativo anche il dato sulla provenienza degli animali: quelli importati dall’estero rappresentano circa la metà degli equidi macellati in Emilia-Romagna, il 25% in Puglia e il 23% in Veneto.
Il quadro del 2026 conferma l’importanza del fenomeno. Dall’inizio dell’anno gli equidi macellati risultano già almeno 14.670, con una distribuzione territoriale simile a quella dell’anno precedente. A crescere è soprattutto il numero degli animali importati e successivamente macellati in Puglia (+13,1%) e Veneto (+23,6%).
Numeri che evidenziano quanto un eventuale divieto potrebbe incidere su una filiera che coinvolge allevatori, macellai, commercianti e ristoratori.
È proprio in questo scenario che potrebbe riaccendersi il dibattito a Corato, città storicamente legata al consumo e alla commercializzazione della carne equina.
La questione era già emersa lo scorso febbraio, quando la proposta bipartisan contro la macellazione degli equidi aveva acceso interrogativi sulle possibili conseguenze per le macellerie storiche e per l’intero comparto locale.
Dal ragù di cavallo con le brasciole e le tradizionali “spancelle”, protagonisti di tanti pranzi domenicali, alla “coratina”, la bistecca di cavallo ispirata alla fiorentina ideata dal ristoratore Mariano Como durante l’emergenza mucca pazza, fino alla produzione di salsiccia fresca e stagionata, la carne equina rappresenta una componente riconoscibile della tradizione gastronomica cittadina.
Un legame rafforzato anche, nell’ultimo periodo, dalla nascita della Sagra della carne di cavallo, che ha contribuito a valorizzare questa consuetudine culinaria, ma che ha anche alimentato il confronto tra chi ne difende il valore culturale e chi chiede di superare la macellazione degli equidi.
Quale futuro allora per la filiera?
L’eventuale approvazione di una legge che vieti la macellazione degli equidi comporterebbe una trasformazione significativa anche sul piano economico. Le conseguenze riguarderebbero non soltanto gli allevamenti, ma anche le macellerie specializzate e le attività di ristorazione che hanno costruito parte della propria offerta sulla carne di cavallo.
Tra gli aspetti da affrontare ci sarebbe anche quello della riconversione produttiva, con la possibilità di accompagnare gli operatori verso attività alternative, come il turismo equestre e i centri di recupero per gli animali.
Il traguardo delle 50mila firme non significa che il divieto sia già legge, ma segna un passaggio importante nel percorso istituzionale e nel dibattito pubblico.
Per Corato potrebbe essere l’occasione per tornare a interrogarsi su una questione tutt’altro che marginale: come conciliare una sensibilità sempre più attenta alla tutela degli animali con una tradizione gastronomica che, nel tempo, è diventata anche parte dell’identità economica e culturale della città?













































